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IL GIOCO DEI COLORI

IL GIOCO DEI COLORI

1° Classificato       2012 - XV Edizione Concorso Narrativa per l'Infanzia

“Che colore ha l’odore della terra? E quello della nebbia com’è? E quello dei battiti del cuore?”. Domande di un bambino. Giochi dal sapore surreale ai quali tu, Luciano, partecipavi con quella serietà che hanno sempre i vecchi quando si confrontano con i bambini. O forse ero io ad adeguarmi volentieri alla tua fantasia mai sopita neanche con l’età, che cominciava ormi a sfiorare la soglia dei novant’anni. “Se chiudi gli occhi li vedi”, mi rispondevi serio. E io li chiudevo stretti stetti, tappandomeli anche con le mani, ma l’unico colore che riuscivo a vedere era un nero assoluto e profondo come la notte. “Sì, li vedo”, dicevo per farti contento; e allora tu sorridevi soddisfatto. Certo, almeno ti aiutavo un poco a far scorrere quelle ore che erano diventate infinite, da quando una malattia dal nome sibilante come il verso di una serpe ti aveva inchiodato su una poltrona – il trono, come lo chiamavi tu – ma non poteva essere la stessa cosa di quando sgambavi su per la collina, fucile in spalla e sguardo attento a spiare il cane, per andare a starne o a fagiani. Ma ne era passato di tempo, ormai, da quegli anni felici, quando solcavi i campi come un aratro e ti facevi tutt’uno con la natura. E io con te. Sì, perché molto spesso ti accompagnavo anch’io, pur senza esserti figlio né nipote, ma solo amico, di quell’amicizia sincera e disinteressata che può nascere solamente quando a dividere due esseri umani ci sono quasi settant’anni di vita. Mi affidavano a te i miei genitori, sicuri e tranquilli che mai avrei potuto avere migliore compagnia di quello strano bambinaio col fucile. O forse era la Gina, tua moglie, che ti affidava a me, sempre con la paura di saperti da solo per quei sentieri sperduti. “Mi raccomando, dagli un’occhiata” - ci salutava sempre con quest’ultima esortazione, data più per vizio che per convincimento, buttata là volutamente senza guardare nessuno dei due in particolare, tanto da non riuscire mai a capire se fosse rivolta al vecchio o al ragazzo. E partivamo. Lui di tre o quattro passi avanti a me, che lo inseguivo trotterellando, cercando nel contempo di domare l’enorme pointer che, forse sentendo già nel nasone umido i presagi della cacciata, mi segava le mani impennandosi come un cavallo. Chè poi, mica c’erano tante parole fra me e Luciano. “A caccia non si parla” – mi dicevi sempre con lo stesso tono serio che aveva mia madre quando mi diceva di togliermi le dita dal naso. Ma era un’altra educazione quella che mi davi tu: l’educazione alla vita vera, alle regole più crude della natura, facendomene scoprire anche gli aspetti più amari e meno romantici. E io quindi apprendevo cose ben più importanti di come si sta seduti, o di come si devono tenere i gomiti a tavola. Imparavo a distinguere gli odori del bosco, a capire il mutare del tempo anche solo dalle folate d’umido che salivano dai fossi, a intuire quando sarebbero passati i tordi studiando il precipitare del freddo e il girarsi del vento a tramontana. Luciano, il mio maestro, un maestro insostituibile proprio perché sapeva a malapena leggere e scrivere. “A caccia non si parla”; ma poi non ce n’era affatto bisogno, perché comunicavamo benissimo senza dirci una parola. Io, con i miei occhi pieni di stupore per le scoperte che mi facevi fare ogni giorno; tu, con i tuoi sospiri e gli ammiccamenti alle pestate del daino o alle rumate di un cinghiale lasciate nel fango. Imparavo la vita, insomma, come anche la morte, che sentivo aleggiare attraverso le dita nei corpicini caldi dei colombacci abbattuti. E gli insegnamenti continuavano pure dopo, a casa. Specialmente le lunghe sere d’inverno – che nella mia infanzia ricordo smisurate come intere stagioni – sembravano fatte apposta per insegnare ed apprendere. Te ne stavi sulla panca, vicino al fuoco, con il viso che sembrava cambiare espressione di continuo a seconda del riverbero della fiamma, e parlavi quieto; mentre io, accoccolato su uno sgabello di paglia, ascoltavo con gli occhi sgranati, muto, per non perdere neanche una parola dei tuoi racconti. Quella era l’ora delle fiabe, per me; ma erano fiabe speciali, in cui non c’erano fate o maghi, streghe o nani, ma fagiani imprendibili come balene bianche, lepri astute come volpi e volpi veloci come lepri. E tutto ciò era l’essenza della Natura come la vedevo attraverso i tuoi occhi e che poi ritrovavo intatta nella Natura vera, quella che mi facevi scoprire ogni volta che andavamo insieme a caccia. Oggi, questi ricordi si sono fusi insieme fino a diventare uno solo; e tutti quei pomeriggi, tutte quelle albe, tutte quelle giornate grigie di pioggia sottile o luminose di sole come il cristallo, sono diventate un’unica interminabile battuta di caccia, lunga quasi quanto quell’eternità alla quale anche tu ormai appartieni. Ne è passato di tempo, vero? Ma non ti dimentico ogni tanto vengo a trovarti in questo camposanto solitario e appartato che si affaccia sulla Val d’Orcia, proprio sulla parte più bella e selvaggia. Ancora oggi non c’è bisogno di tante parole, fra noi. Guardo la tua foto che mi fissa dritto negli occhi, come quando assumevi l’aria seria e mi sussurravi “a caccia non si parla”. No, non sono venuto per cacciare, oggi, ma ugualmente ti obbedisco come allora e sto in silenzio. Anche se avrei tanta voglia di giocare con te, pure ora che ho più di cinquant’anni, chiedendoti di che colore è l’odore della terra e quale è invece quello della nebbia. Basta, è ora di andare. Non so neanche quando il turbinare di questa vita mi lascerà un minuto per tornare a trovarti, o mi regalerà ancora un momento buono per rivolgerti un pensiero. O forse lo so. Sì; sarà ogni volta che attraverserò un campo, o che sentirò il co-co beffardo di un fagiano prendermi in giro da dentro la bandita. Mentre esco dal piccolo cimitero, do un’ultima occhiata verso valle dove mi travolge il solito spettacolo meraviglioso che forse proprio tu, vecchio amico mio, ogni volta metti in piedi per salutarmi. Ma stasera direi che hai fatto davvero le cose in grande: lontano, verso i boschi dell’Amiata, il rosso sangue del tramonto si stringe nel verde cupo delle colline, per poi trasfigurarsi nell’aridità traslucida delle biancane argillose. Ed eccolo, finalmente. Sì …. lo vedo, lo riconosco ogni volta, eppure ogni volta non posso fare a meno di sorprendermi. Eccolo: il colore dell’anima mia.

Luigi Pagnotta – Acquaviva di Montepulciano (Si) - 2012